Stanotte è morta a soli 48 anni un'altra star il cui successo (sicuramente meritato, era una persona di grandi doti e grande talento) ha forse rappresentato un modo per non affrontare altri problemi della propria vita. Ci vuole poco a paragonare il caso di Whitney, morta per cause ancora non ben identificate, a quello di Michael Jackson, il cui decesso ancora è un caso lontano dall'essere completamente risolto (se mai lo sarà).
In entrambi questi casi, come in tanti altri, il grande successo arrivato da giovani (che porta all'overdose di soldi e fama) sicuramente annebbia, confonde e nasconde i propri problemi e le proprie fragilità.
Whitney Houston era da non poco tempo in lotta per uscire dalla droga e per dare un senso alla propria vita che, tra relazioni fallite e una parabola discendente sul piano artistico, sembrava essere davvero in salita.
Una delle sue canzoni più famose, "The greatest love of all", diceva "E' facile trovare il più grande amore del mondo / Imparare ad amare te stesso è il più grande amore del mondo", il testo di questa canzone mi è sempre sembrato autobiografico, anche quando esprimeva posizioni di forza e di fiducia in sé "Ho deciso molto tempo fa di non camminare all'ombra di qualcun altro / Se fallisco o se ho successo, alla fine ho vissuto come ho voluto". Ha vissuto come ha voluto la nostra Whitney e non all'ombra di altri personaggi (era la cugina di Dionne Warwick, ma la cosa non è stata mai di primo piano nel suo successo), ma gli ultimi difficili anni della sua vita forse ci hanno svelato che non aveva imparato del tutto ad amare sé stessa.
C'è una canzone di Whitney che, sia musicalmente, sia per atmosfera, è da anni la mia preferita: "Saving all my love for you". Questo è il video, che ci mostra una giovanissima e brillante Whitney, in un'interpretazione che rimarrà nella storia della musica.
domenica 12 febbraio 2012
domenica 15 gennaio 2012
Per non dimenticare il XX secolo... (i Tazenda e Andrea Parodi)
Un post, forse il primo che faccio su questo blog, dedicato ad una sola canzone. Da tempo pensavo di scrivere per ricordare quel grande personaggio che è Andrea Parodi, leader dei Tazenda (quelli del duetto Sanremese "Spunta la luna dal monte", con l'altro indimenticato Pierangelo Bertoli), figlio della Sardegna (anche se mezzo ligure) scomparso prematuramente qualche anno fa.
Un artista che coi suoi Tazenda e anche fuori da questo trio, nelle sue esperienze da solista e nelle sue escursioni in altre attività come la regia, ci ha regalato grandi pagine di arte, soprattutto di matrice sarda, ma non solo. Nella produzione musicale del trio ci sono gli strumenti e le canzoni della tradizione sarda (ricordo ad esempio la splendida "No potho reposare", una canzone in lingua logudorese dei primi del 900, presente in un disco di questo gruppo), insieme alle sonorità più moderne di matrice pop/rock, anche cantate in lingua italiana.
Andrea ha lasciato il mondo nel 2006, ucciso cinquantenne da una bruttissima malattia. Rimarrà sicuramente nella memoria per le sue composizioni e per la sua capacità e intensità interpretativa.
In questo 2012 non certo facile per questo mondo e per il nostro paese, mi piace riprendere una canzone: "Le danze del XX secolo", tratta dall'album "Fortza Paris" (1995) dei Tazenda. E' una canzone forse un po' dimenticata, un bellissimo ripasso di un secolo di storia italiana e non solo, scritto dal chitarrista del gruppo: Gino Marielli; una avvincente rappresentazione che pare composta da cantastorie dei tempi moderni, fatta di dieci "danze" che hanno lo stesso tema musicale, arrangiato però in modo diverso. E' del 1995, quindi non parla dei fenomeni dei cellulari e di internet, né della globalizzazione o della Cina, ma ci ricorda quante cose ha visto l'umanità nel secolo che ci siamo lasciati alle spalle oltre due lustri fa, cose da non dimenticare, soprattutto in momenti difficili come quelli che stiamo vivendo.
La sequenza delle immagini che accompagna la canzone, creata da un utente youtube, mi è piaciuta moltissimo e ho riportato il suo video. Buona visione e buon ascolto.
Un artista che coi suoi Tazenda e anche fuori da questo trio, nelle sue esperienze da solista e nelle sue escursioni in altre attività come la regia, ci ha regalato grandi pagine di arte, soprattutto di matrice sarda, ma non solo. Nella produzione musicale del trio ci sono gli strumenti e le canzoni della tradizione sarda (ricordo ad esempio la splendida "No potho reposare", una canzone in lingua logudorese dei primi del 900, presente in un disco di questo gruppo), insieme alle sonorità più moderne di matrice pop/rock, anche cantate in lingua italiana.
Andrea ha lasciato il mondo nel 2006, ucciso cinquantenne da una bruttissima malattia. Rimarrà sicuramente nella memoria per le sue composizioni e per la sua capacità e intensità interpretativa.
In questo 2012 non certo facile per questo mondo e per il nostro paese, mi piace riprendere una canzone: "Le danze del XX secolo", tratta dall'album "Fortza Paris" (1995) dei Tazenda. E' una canzone forse un po' dimenticata, un bellissimo ripasso di un secolo di storia italiana e non solo, scritto dal chitarrista del gruppo: Gino Marielli; una avvincente rappresentazione che pare composta da cantastorie dei tempi moderni, fatta di dieci "danze" che hanno lo stesso tema musicale, arrangiato però in modo diverso. E' del 1995, quindi non parla dei fenomeni dei cellulari e di internet, né della globalizzazione o della Cina, ma ci ricorda quante cose ha visto l'umanità nel secolo che ci siamo lasciati alle spalle oltre due lustri fa, cose da non dimenticare, soprattutto in momenti difficili come quelli che stiamo vivendo.
La sequenza delle immagini che accompagna la canzone, creata da un utente youtube, mi è piaciuta moltissimo e ho riportato il suo video. Buona visione e buon ascolto.
lunedì 19 dicembre 2011
The Commitments - il soul di Dublino
Steven: Mi benedica padre, perché ho peccato. Non mi confesso da venti giorni, ora suono in un gruppo. Volano parolacce e bestemmie, ho anche trascurato gli esami. Ci sono tre ragazze nel gruppo e io ho pensieri impuri su tutte e tre. Quando studiavo cantavo gli inni, ora canto sempre “When a man loves a woman”, di Marvin Gaye.
sacerdote: Di Percy Sledge.
Steven: Come?
sacerdote: Quella canzone l’ha scritta Percy Sledge, ho il 78 giri.
(dialogo tratto da The Commitments - A. Parker 1991)
Ci sono pochi film capaci di far innamorare le persone di un genere musicale. "The Commitments" di Alan Parker (si proprio lui, il regista di "Saranno Famosi" e di "The Wall"...) è un film che secondo me ci riesce. Questo film a dir poco delizioso, interpretato da attori praticamente sconosciuti (selezionati da Parker solo per le loro capacità musicali, tanto che poi The Commitments sono diventati un gruppo musicale), racconta la difficile realtà sociale della Dublino degli anni 80, nella quale un gruppo di ragazzi, guidati da Jimmy Rabbitte (il personaggio chiave di questa pellicola), si riunisce per dare vita a una band di Soul.
Il film è una spassosa sequenza di situazioni divertenti e di grandi brani musicali della tradizione soul, da Otis Redding a Wilson Pickett (solo per citare alcuni interpreti dei brani che la band propone nel film).
I personaggi sono tutti da gustare, dal trombettista che sostiene di aver suonato con tutti i grandi della musica mondiale (che è anche il playboy all'interno della band), al sassofonosta appassionato di Jazz, al manager (Jimmy Rabbitte) un tuttologo musicale, al cantante Deco un ciccione, maniaco sessuale, con una gran voce, senza dimenticare il batterista, il pianista e le tre coriste..
Questo film, oltre a rappresentare un gioiello di carattere musicale, è stato anche un apripista per altre pellicole in cui i personaggi, come nel film di Parker, riescono a realizzare qualcosa che li fa elevare dalle difficili condizioni ambientali in cui vivono: sto parlando di film come "Full Monty" (1997), ambientato a Sheffield in Inghilterra, in un contesto di forte disoccupazione e "Billy Elliott" (2000), anch'esso ambientato in Inghilterra, ai tempi dello sciopero dei minatori negli anni 80.
Il video che segue è la bellissima "Mustang Sally" (un vero e proprio classico dell'R&B) nella trascinante interpretazione della band all'interno del film.
giovedì 24 novembre 2011
20 anni senza Freddie
Venti anni non sono pochi, sono 5 lustri, 2 decenni... Oggi sono 20 anni che Freddie Mercury ci ha lasciati. Un grande frontman, un grande cantante, un grande musicista, un uomo che ha scandalizzato, commosso, emozionato, trascinato milioni di persone, sia coi suoi Queen, sia da solista.
La sua musica è entrata e entra tutt'oggi nelle nostre vite in mille modi: quante volte si è sentita e si sente ancora "We are the champions" nelle manifestazioni sportive? o "Somebody to love" in qualche spot pubblicitario? e "Bohemian Rhapsody" in chissà quanti contesti l'abbiamo ascoltata.
Non riesco a dire molto altro, è 20 anni che ci ha lasciato e, come l'altro grande che ci ha lasciato 40 anni fa, Jim Morrison, ancora se ne sente la mancanza.
Poco tempo prima di morire riuscì a girare quest'ultimo videoclip, della stupenda "These are the days of our lives" (tratta dall'ultimo lavoro dei Queen, "Innuendo"), le cui ultime parole sono "vi amo ancora", l'ultima frase che ha voluto dire ai suoi fans, nell'ultimo fotogramma del suo ultimo video musicale.
Grazie della musica che ci hai lasciato Freddie.
La sua musica è entrata e entra tutt'oggi nelle nostre vite in mille modi: quante volte si è sentita e si sente ancora "We are the champions" nelle manifestazioni sportive? o "Somebody to love" in qualche spot pubblicitario? e "Bohemian Rhapsody" in chissà quanti contesti l'abbiamo ascoltata.
Non riesco a dire molto altro, è 20 anni che ci ha lasciato e, come l'altro grande che ci ha lasciato 40 anni fa, Jim Morrison, ancora se ne sente la mancanza.
Poco tempo prima di morire riuscì a girare quest'ultimo videoclip, della stupenda "These are the days of our lives" (tratta dall'ultimo lavoro dei Queen, "Innuendo"), le cui ultime parole sono "vi amo ancora", l'ultima frase che ha voluto dire ai suoi fans, nell'ultimo fotogramma del suo ultimo video musicale.
Grazie della musica che ci hai lasciato Freddie.
giovedì 29 settembre 2011
Nirvana (i 20 anni di "Nevermind")
Gli appassionati di rock riconosceranno nell'immagine qui a lato il remake della cover di un disco di 20 anni or sono... che aveva in copertina un neonato sott'acqua con davanti un dollaro attaccato a un amo. Quel bambino era Spencer Elden (nella foto è lui, ripreso nella stessa situazione, all'età di 17 anni) e quel disco era "Nevermind" dei Nirvana.Nevermind è stato uno dei dischi "contemporanei" che ho ascoltato nel periodo in cui mi sono ammalato definitivamente di rock... uno dei pochi dischi realizzati da artisti post-anni 70 che mi hanno colpito e che ancora apprezzo.
Qualcosa di nuovo sembrava stesse nascendo in quello scorcio iniziale degli anni 90: di quel periodo ricordo canzoni come "What's up" delle 4 Non Blondes e "Alive" dei Pearl Jam, brani che forse non passeranno alla storia ma che hanno portato una ventata di freschezza (forse l'ultima) nel panorama della musica rock.
Quello era il periodo in cui usciva "Nevermind", con il singolo "Smells like teen spirit" che infuriava dovunque. Kurt Cobain, il fondatore e leader indiscusso di questo trio, era un ragazzo pieno di problemi, che veniva da un'infanzia disastrata e che di ragioni per urlare, cantando, ne aveva veramente tante. Un ragazzo che da lì a qualche anno avrebbe smesso di urlare il suo rock rabbioso e si sarebbe spento nel peggiore dei modi, suicidandosi.
A 20 anni dall'uscita di questo disco, del quale consiglio l'ascolto, ecco uno dei brani che in assoluto preferisco, di "Nevermind" e di tutta la produzione dei Nirvana: "Lithium". Ecco quindi Kurt che canta e suona la chitarra, diretto, ruvido e senza fronzoli.
sabato 6 agosto 2011
Estate 1981: Video Killed The Radio Star
Forse comincio davvero ad invecchiare... ma quell'estate del 1981 (30 anni fa...) me la ricordo, era l'estate in cui ci mettevi un minuto sulla radio a trovare "Video Killed The Radio Star" dei Buggles (una vera e propria meteora del pop, un duo di musicisti/produttori che avevano persino militato negli Yes).
I Buggles cantavano "il video che uccide la stella della radio", come qualche anno dopo i Queen, che con la loro "Radio Ga-Ga", cantavano il loro amore per la radio e la nostalgia per i tempi in cui era la radio a far compagnia, quasi a richiamare l'attenzione (loro che per primi realizzarono un videoclip, per "Bohemian Rhapsody") sul fatto in quel primo scorcio degli anni 80 la musica andava alla deriva, spostando sul video e sull'apparenza quello che sempre meno esprimeva con le note...
"We hardly need to use our ears", diceva la canzone dei Queen, e in effetti le orecchie da quell'epoca in poi abbiamo iniziato a usarle sempre meno. Usiamo gli occhi per vedere il video, ci facciamo ammaliare dalla tecnologia, dal media (la TV prima e tutti i new media oggi) e non ci accorgiamo che spesso la tecnologia è "rumore" che ci impedisce di ascoltare in modo profondo, e giudicare la qualità della musica.
Oggi nell'era dell'Ipod, degli mp3, della tecnologia che rende tutto connesso, scaricabile e "condivisibile", come parafrasiamo la canzone dei Buggles? "technology killed ... the video"? Si e no... la tecnologia ha ucciso forse la radio.. ma non l'ascolto (le radio si ascoltano in streaming), ha fatto fuori i video, ma non del tutto (si vedono su Youtube più che in tv) e in tutta questa incredibile attenzione al "medium" forse si fa meno attenzione a ciò che si ascolta... e questo è iniziato simbolicamente con quella canzone, che tra l'altro è stata il primo video trasmesso su MTV (i primi video trasmessi il giorno dell'inizio delle trasmissioni di MTV, lo testimoniano, li trovate a questo link).
I primi video di MTV... leggete la lista, è musica veramente improbabile salvo pochissime eccezioni... Diversi grandi in crisi di identità che, insieme a una serie di personaggi fortunatamente finiti nel dimenticatoio, scommettevano sulla novità del video, perché forse c'era sempre meno da far arrivare alle orecchie del pubblico.
Buona estate a tutti e viva la radio!
domenica 26 giugno 2011
Raphael Gualazzi, un cocktail di generi musicali in salsa italiana
Il 24 giugno sono stato al concerto di Raphael Gualazzi, e devo dire che ho ascoltato qualcosa di veramente importante che è salito alla ribalta, finalmente, nel panorama italiano.
Questo trentenne urbinate, arrivato al grande pubblico grazie a Sanremo Giovani, suona un genere che non è la musica di consumo degli eroi da un trimestre sfornati dai reality show, né quella dei santoni "rock" del nostro paese che riempiono gli stadi da 20-30 anni facendo sempre le stesse cose.
Se si ascolta il suo disco "Reality and Fantasy" si ha l'impressione di un artista che ama la musica, soprattutto il jazz, un jazz anche un po' antico, e molta altra musica nera sia blues, sia R&B, sia funk. Una contaminazione di un sacco di artisti e di generi (compresi echi di cose italiane che si chiamano Bruno Martino, Paolo Conte o Fred Buscaglione) che live ha avuto la sua piena espressione.
Comprate questo disco e andate a sentirlo dal vivo, ne vale davvero la pena. Nel concerto ha spaziato dalle cover dei classici come "Caravan" di Duke Ellington o "Confessin' the blues" di Little Walter, ai pezzi originali in cui comunque si riconosce la sua passione per certi generi musicali, interiorizzati a tal punto da restituirli nelle sue esecuzioni con una freschezza e una originalità, che insieme alla sua capacità di suonare (che non sfocia mai nel virtuosismo vanitoso, ma al piano è bravo e parecchio), sono la forza della sua musica.
"Reality and Fantasy", un disco con 15 tracce in cui il filo conduttore è la mano dell'interprete, essendo i brani veramente diversi come genere musicale. C'è il jazz raffinato, ma anche le incursioni nei ritmi sudamericani, c'è il soul di "Out of my mind" o di "Empty Home", c'è "Behind the sunrise" che un pezzo da crooner di altri tempi o "Scandalize me" che sembra "Higher ground" di Stevie Wonder suonata a velocità forsennata, o ancora "Lady O" e "Calda estate" due tributi rispettivamente a Buscaglione e a Paolo Conte e molto, veramente molto altro.
Cosa dire? continua così Raffaele, in Italia c'è tanto bisogno di gente che faccia musica.
Questa è "Icarus", pezzo al confine tra diversi generi musicali, che riporta alle atmosfere di certi club per appassionati di jazz e allo stesso tempo alla grande tradizione soul, ma con una vena pop che lo rende accessibile anche ad un pubblico più ampio.
Questo trentenne urbinate, arrivato al grande pubblico grazie a Sanremo Giovani, suona un genere che non è la musica di consumo degli eroi da un trimestre sfornati dai reality show, né quella dei santoni "rock" del nostro paese che riempiono gli stadi da 20-30 anni facendo sempre le stesse cose.
Se si ascolta il suo disco "Reality and Fantasy" si ha l'impressione di un artista che ama la musica, soprattutto il jazz, un jazz anche un po' antico, e molta altra musica nera sia blues, sia R&B, sia funk. Una contaminazione di un sacco di artisti e di generi (compresi echi di cose italiane che si chiamano Bruno Martino, Paolo Conte o Fred Buscaglione) che live ha avuto la sua piena espressione.
Comprate questo disco e andate a sentirlo dal vivo, ne vale davvero la pena. Nel concerto ha spaziato dalle cover dei classici come "Caravan" di Duke Ellington o "Confessin' the blues" di Little Walter, ai pezzi originali in cui comunque si riconosce la sua passione per certi generi musicali, interiorizzati a tal punto da restituirli nelle sue esecuzioni con una freschezza e una originalità, che insieme alla sua capacità di suonare (che non sfocia mai nel virtuosismo vanitoso, ma al piano è bravo e parecchio), sono la forza della sua musica.
"Reality and Fantasy", un disco con 15 tracce in cui il filo conduttore è la mano dell'interprete, essendo i brani veramente diversi come genere musicale. C'è il jazz raffinato, ma anche le incursioni nei ritmi sudamericani, c'è il soul di "Out of my mind" o di "Empty Home", c'è "Behind the sunrise" che un pezzo da crooner di altri tempi o "Scandalize me" che sembra "Higher ground" di Stevie Wonder suonata a velocità forsennata, o ancora "Lady O" e "Calda estate" due tributi rispettivamente a Buscaglione e a Paolo Conte e molto, veramente molto altro.
Cosa dire? continua così Raffaele, in Italia c'è tanto bisogno di gente che faccia musica.
Questa è "Icarus", pezzo al confine tra diversi generi musicali, che riporta alle atmosfere di certi club per appassionati di jazz e allo stesso tempo alla grande tradizione soul, ma con una vena pop che lo rende accessibile anche ad un pubblico più ampio.
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