Una delle pochissime cose natalizie che mi piacciono è il racconto "Il canto di Natale" di Charles Dickens, la vicenda del vecchio e avaro Scrooge (che vive da solo e non festeggia il Natale), nella quale appaiono i fantasmi del Natale passato, presente e futuro, che lo aiutano a vedere la vita (e non solo il Natale) in modo diverso.
Tutti quelli che hanno un po' più di venti anni... ricordano, o hanno sentito parlare, di "Do they know it's Christmas?" (1984), canzone natalizia della Band Aid, un super gruppo di artisti britannici tra i quali spiccavano personaggi come Sting, Paul Weller, Midge Ure e Bono Vox, riunitisi per iniziativa di Bob Geldof (un musicista Irlandese famoso soprattutto per essere il protagonista del film Pinkfloydiano "The Wall"), per portare aiuto alle popolazioni affamate dell'Africa (gli incassi del disco furono infatti devoluti in beneficenza).
A 24 anni dalla sua apparizione, questa canzone è diventata come il racconto di Dickens, una vera e propria icona natalizia (uno di quei video che si vedono sempre nel periodo di Natale, un po' come i film di Asterix).
Band Aid è stata inoltre la prima aggregazione di questo genere (ne sono state in seguito organizzate molte altre, per le più disparate cause, dall'aiuto alle popolazioni vittime di catastrofi, alla lotta contro l'Apartheid...).
Chi ricorda la Band Aid non può non ricordare anche la risposta Statunitense: USA for Africa, gente come Stevie Wonder, Tina Turner, Billy Joel, il "Boss" Bruce Springsteen (con la raucedine), Paul Simon, Diana Ross, Dionne Warwick, Willie Nelson, Al Jarreau, Steve Perry dei Journey, Huey Lewis e poi Bob Dylan, Ray Charles... che diretti in grande stile da Quincy Jones e capitanati da Michael Jackson, cantavano la strappalacrime "We are the world".
Visto che siamo in tema, mi piace citare anche Rock Aid Armenia, altro "mucchio selvaggio" di musicisti, riunitosi dopo un disastroso terremoto in Armenia, per cantare una frizzantissima cover di "Smoke on the water" dei Deep Purple.
A parte la scelta del brano (quello del riff più famoso della storia del rock), "Rock Aid Armenia" è la mia preferita tra le iniziative di questo genere, perché sono uno di parte; era infatti una reunion di personaggi rock, di quelli tosti: due Deep Purple (Gillan che è la voce originale del brano e Blackmore, la chitarra), Keith Emerson, Brian May e Roger Taylor dei Queen, Paul Rodgers (che oggi con questi due Queen ci va in tour), Ozzy e Tony Iommi dei Sabbath, Bruce Dickinson degli Iron Maiden, Dave Gilmour, etc...
Ma siccome siamo nel periodo natalizio torno alla Band Aid, per introdurre il videoclip dove ci sono tutta una serie di fantasmi degli anni '80 che, come nel "Canto di Natale", si presentano uno dopo l'altro... (gente come Paul Young, i Duran Duran, gli Spandau, Boy George e i Culture Club, le Bananarama... veri spettri del passato, roba da museo delle cere!). Buona visione.
domenica 21 dicembre 2008
Natale, fantasmi e beneficenza (Band Aid & Co.)
giovedì 11 dicembre 2008
Una fenice rinata dalle ceneri degli Yardbirds (Led Zeppelin)
Poche band hanno fatto la storia del rock come i Led Zeppelin...
Pochi musicisti hanno suonato non dimenticando i maestri del passato e definendo gli stili del futuro come i Led Zeppelin...
In pochi casi nella storia del rock una band ha avuto individualità fortissime capaci di fondersi in un collettivo, creando una miscela micidiale come i Led Zeppelin.
Per tutte queste ragioni è difficilissimo scrivere qualcosa su di loro.
Tutti sanno (rifiuto di pensare che qualcuno non lo sappia) che i Led sono famosi per aver fatto i loro primi quattro album omonimi numerati: Led Zeppelin I, II, III e IV. Questi album, insieme al doppio "Phisical graffiti", che è uscito dopo qualche anno, sono prestigiose pagine della storia del rock e fanno parte della "preparazione di base" di un rockettaro D.O.C.
Tutti sanno (anche qui non accetto persone impreparate) che John ("Bonzo") Bonham è stato uno dei più grandi batteristi di sempre, che Jimmy Page è un pezzo di storia della chitarra, e così via per John Paul Jones al basso, fino alla voce unica del grande Robert Plant, che chiude il cerchio. Ecco un piccolo esempio per chi non avesse troppa memoria... ("Communication breakdown", da "Led Zeppelin I"...)
Forse non tutti sanno (qui qualcuno non preparato lo posso accettare) che i Led nascono, come l'araba fenice, dalle ceneri di un fantastico gruppo della seconda metà degli anni '60, in cui militò per breve tempo Jimmy Page: gli Yardbirds.
Gli Yardbirds sono citati in tutte le enciclopedie del rock come il gruppo che ha avuto nella sua lineup prima Eric Clapton, poi Jeff Beck, poi Page... Quest'ultimo, entrato poco prima del loro tramonto, si è perso i pezzi per strada ed ha cominciato a radunare intorno a se un po' di gente per onorare alcuni impegni presi dagli Yardbirds (il primo nome della nuova band, che già aveva la lineup dei Led, fu "New Yardbirds")... il resto è storia.
Eccovi una scena leggendaria del film "Blow Up" (1966 di M. Antonioni), dove per girare una scena di un concerto in un club, il maestro ha preso proprio gli Yardbirds, che si esibiscono in un rock 'n roll che suona già zeppeliniano. Il giovane e sorridente chitarrista, col caschettone di capelli e la giacca nera, inquadrato per primo, è Jimmy Page, l'altro (che poi distrugge la chitarra) è quell'altra leggenda che risponde al nome di Jeff Beck...
Pochi musicisti hanno suonato non dimenticando i maestri del passato e definendo gli stili del futuro come i Led Zeppelin...
In pochi casi nella storia del rock una band ha avuto individualità fortissime capaci di fondersi in un collettivo, creando una miscela micidiale come i Led Zeppelin.
Per tutte queste ragioni è difficilissimo scrivere qualcosa su di loro.
Tutti sanno (rifiuto di pensare che qualcuno non lo sappia) che i Led sono famosi per aver fatto i loro primi quattro album omonimi numerati: Led Zeppelin I, II, III e IV. Questi album, insieme al doppio "Phisical graffiti", che è uscito dopo qualche anno, sono prestigiose pagine della storia del rock e fanno parte della "preparazione di base" di un rockettaro D.O.C.
Tutti sanno (anche qui non accetto persone impreparate) che John ("Bonzo") Bonham è stato uno dei più grandi batteristi di sempre, che Jimmy Page è un pezzo di storia della chitarra, e così via per John Paul Jones al basso, fino alla voce unica del grande Robert Plant, che chiude il cerchio. Ecco un piccolo esempio per chi non avesse troppa memoria... ("Communication breakdown", da "Led Zeppelin I"...)
Forse non tutti sanno (qui qualcuno non preparato lo posso accettare) che i Led nascono, come l'araba fenice, dalle ceneri di un fantastico gruppo della seconda metà degli anni '60, in cui militò per breve tempo Jimmy Page: gli Yardbirds.
Gli Yardbirds sono citati in tutte le enciclopedie del rock come il gruppo che ha avuto nella sua lineup prima Eric Clapton, poi Jeff Beck, poi Page... Quest'ultimo, entrato poco prima del loro tramonto, si è perso i pezzi per strada ed ha cominciato a radunare intorno a se un po' di gente per onorare alcuni impegni presi dagli Yardbirds (il primo nome della nuova band, che già aveva la lineup dei Led, fu "New Yardbirds")... il resto è storia.
Eccovi una scena leggendaria del film "Blow Up" (1966 di M. Antonioni), dove per girare una scena di un concerto in un club, il maestro ha preso proprio gli Yardbirds, che si esibiscono in un rock 'n roll che suona già zeppeliniano. Il giovane e sorridente chitarrista, col caschettone di capelli e la giacca nera, inquadrato per primo, è Jimmy Page, l'altro (che poi distrugge la chitarra) è quell'altra leggenda che risponde al nome di Jeff Beck...
venerdì 14 novembre 2008
Classica e lirica... insieme al pop/rock? (il genio di Freddie)
La storia della musica è piena di incroci strani tra pop/rock e musica classica. E' possibile creare musica "transgenica" di questo tipo? Unire in maniera "sacrilega" il sacro col profano, si può?
Beh se parliamo della musica classica, di cose rock dall'approccio classicheggiante ce ne sono parecchie: l'organo Hammond di Jon Lord (Deep Purple) o quello di Keith Emerson (che con gli ELP ha riproposto opere di compositori come Musorgskij) e le acrobazie di Yngwie Malmsteen, che fa il Paganini con la chitarra elettrica (senza concludere molto, secondo me, a livello musicale), sono solo alcuni esempi.
Unire la musica "profana" con la lirica è impresa ancora più ardua, ma qualcuno ci ha provato. Il caso più famoso è quello del maestro (buon'anima) Pavarotti, che con i suoi "Pavarotti and friends" ha sicuramente perseguito scopi nobili e di beneficienza, ma musicalmente secondo me è stato uno scempio (il duetto di Pavarotti con i Deep Purple lo ricordo come una delle cose più ridicole che abbia mai visto).
Altro caso rappresentativo è Andrea Bocelli, che personalmente non apprezzo come interprete, come non apprezzo la musica che canta (trovo veramente kitch canzoni create per suonare come arie d'opera, tipo "Con te partirò").
Un esempio "buono", di perfetta integrazione tra pop e lirica però esiste. L'ingrediente pop di questa miscela si chiamava Freddie Mercury... il grandissimo, insieme a Montserrat Caballè (una delle più grandi soprano del mondo... in tutti i sensi...), ha creato qualcosa di irraggiungibile (nonostante la critica sia stata piuttosto severa), parliamo del disco "Barcelona" (1988). C'è poco altro da aggiungere, chi vuol sentire lirica, pop e rock in una sintesi sublime, non può che ascoltare questo disco.
Eccovi la stupenda "The golden boy" tratta proprio da "Barcelona". In questa esibizione live (in realtà è in playback), si vede un Freddie che farebbe scomparire dal palco chiunque e si ascolta qualcosa che è pop, è lirica, è gospel... insomma buon ascolto...
Beh se parliamo della musica classica, di cose rock dall'approccio classicheggiante ce ne sono parecchie: l'organo Hammond di Jon Lord (Deep Purple) o quello di Keith Emerson (che con gli ELP ha riproposto opere di compositori come Musorgskij) e le acrobazie di Yngwie Malmsteen, che fa il Paganini con la chitarra elettrica (senza concludere molto, secondo me, a livello musicale), sono solo alcuni esempi.
Unire la musica "profana" con la lirica è impresa ancora più ardua, ma qualcuno ci ha provato. Il caso più famoso è quello del maestro (buon'anima) Pavarotti, che con i suoi "Pavarotti and friends" ha sicuramente perseguito scopi nobili e di beneficienza, ma musicalmente secondo me è stato uno scempio (il duetto di Pavarotti con i Deep Purple lo ricordo come una delle cose più ridicole che abbia mai visto).
Altro caso rappresentativo è Andrea Bocelli, che personalmente non apprezzo come interprete, come non apprezzo la musica che canta (trovo veramente kitch canzoni create per suonare come arie d'opera, tipo "Con te partirò").
Un esempio "buono", di perfetta integrazione tra pop e lirica però esiste. L'ingrediente pop di questa miscela si chiamava Freddie Mercury... il grandissimo, insieme a Montserrat Caballè (una delle più grandi soprano del mondo... in tutti i sensi...), ha creato qualcosa di irraggiungibile (nonostante la critica sia stata piuttosto severa), parliamo del disco "Barcelona" (1988). C'è poco altro da aggiungere, chi vuol sentire lirica, pop e rock in una sintesi sublime, non può che ascoltare questo disco.
Eccovi la stupenda "The golden boy" tratta proprio da "Barcelona". In questa esibizione live (in realtà è in playback), si vede un Freddie che farebbe scomparire dal palco chiunque e si ascolta qualcosa che è pop, è lirica, è gospel... insomma buon ascolto...
martedì 28 ottobre 2008
La Motown, e la sua anima musicale, i Funk Brothers
Ogni volta che vedo "Sister Act" rido a crepapelle quando il coro delle suore, diretto magistralmente da Suor Claretta (Woopy Goldberg), intona "My god", che è il rifacimento di "My guy", un classico della musica nera degli anni '60, una canzone che ha il marchio di fabbrica della casa editrice Motown (andate qui se volete un po' di storia).
La Motown non è solo una label discografica, ma è sempre stata (almeno fino agli anni '80) un modo di fare musica (musica "nera" nel 99% dei casi), con un sound veramente peculiare.
Mi sono sempre chiesto da dove nascesse questo sound particolare e riconoscibile (noto appunto come "Motown sound"), con le sue le sue linee di basso, i suoi arrangiamenti ricchi, le sue ritmiche funk... fino a che sono venuto a conoscenza dei Funk Brothers, una piccola comunità di musicisti (che faceva perno su alcuni personaggi chiave, tipo il bassista James Jamerson), che ha arrangiato e suonato tantissimi successi pubblicati da questa etichetta, caratterizzandone fortemente lo stile.
I Funk Brothers sono uno degli esempi di gente che sa arrangiare e suonare musica, con cuore, passione e competenza, ma che rimane nell'ombra, un po' come i tanti turnisti sconosciuti che suonano nei dischi delle star. Per la loro capacità di caratterizzare la musica, mi ricordano la sezione fiati dei Tower Of Power, che oltre alla produzione di questa band, ha suonato in decine di dischi di vari artisti famosi (Santana, Elton John, America, John Lee Hooker...).
Torniamo alla Motown, e agli artisti della "scuderia", che sono veramente tantissimi (Stevie Wonder, Marvin Gaye, The Jackson 5, The Commodores, Smokey Robinson, solo per citarne alcuni). Il mio consiglio, per sentire il Motown Sound in azione, è di pescare qualche raccolta, magari contenente canzoni di personaggi quasi dimenticati accanto a pezzi famosissimi.
Sempre in tema di dischi da ascoltare, consiglio "Standing in the shadows of Motown", dei Funk Brothers , una raccolta live di grandi successi della Motown (disco del 2002, con ospiti d'eccezione, che è anche la colonna sonora di un film-documentario celebrativo dell'attività dei F.B.).
Eccovi un mini juke box targato Motown:
- Martha Reeves & The Vandellas - "Heat wave"
- Mary Wells - "My guy" (proprio quella del film...)
- Marvin Gaye - "I heard it trough the grapevine"
- Stevie Wonder - "Signed, Sealed, delivered"
La Motown non è solo una label discografica, ma è sempre stata (almeno fino agli anni '80) un modo di fare musica (musica "nera" nel 99% dei casi), con un sound veramente peculiare.
Mi sono sempre chiesto da dove nascesse questo sound particolare e riconoscibile (noto appunto come "Motown sound"), con le sue le sue linee di basso, i suoi arrangiamenti ricchi, le sue ritmiche funk... fino a che sono venuto a conoscenza dei Funk Brothers, una piccola comunità di musicisti (che faceva perno su alcuni personaggi chiave, tipo il bassista James Jamerson), che ha arrangiato e suonato tantissimi successi pubblicati da questa etichetta, caratterizzandone fortemente lo stile.
I Funk Brothers sono uno degli esempi di gente che sa arrangiare e suonare musica, con cuore, passione e competenza, ma che rimane nell'ombra, un po' come i tanti turnisti sconosciuti che suonano nei dischi delle star. Per la loro capacità di caratterizzare la musica, mi ricordano la sezione fiati dei Tower Of Power, che oltre alla produzione di questa band, ha suonato in decine di dischi di vari artisti famosi (Santana, Elton John, America, John Lee Hooker...).
Torniamo alla Motown, e agli artisti della "scuderia", che sono veramente tantissimi (Stevie Wonder, Marvin Gaye, The Jackson 5, The Commodores, Smokey Robinson, solo per citarne alcuni). Il mio consiglio, per sentire il Motown Sound in azione, è di pescare qualche raccolta, magari contenente canzoni di personaggi quasi dimenticati accanto a pezzi famosissimi.
Sempre in tema di dischi da ascoltare, consiglio "Standing in the shadows of Motown", dei Funk Brothers , una raccolta live di grandi successi della Motown (disco del 2002, con ospiti d'eccezione, che è anche la colonna sonora di un film-documentario celebrativo dell'attività dei F.B.).
Eccovi un mini juke box targato Motown:
- Martha Reeves & The Vandellas - "Heat wave"
- Mary Wells - "My guy" (proprio quella del film...)
- Marvin Gaye - "I heard it trough the grapevine"
- Stevie Wonder - "Signed, Sealed, delivered"
lunedì 13 ottobre 2008
Napoli, il blues, i ritmi mediterranei, il jazz, la musica latino americana... (Pino Daniele)
E' come la Juve, o lo ami o lo odi, non ci sono vie di mezzo! Conosco poche persone che hanno sentimenti moderati verso Pino Daniele. Alcuni amano la sua musica, ne sono appassionati, altri solo a sentirne la voce vomitano... odiano qualunque cosa provenga da lui.
Comincio col dire che di Pino Daniele io sono un grande appassionato, soprattutto della prima produzione. Lui è stato uno dei pochi musicisti italiani ad aver reso concreto il concetto di "fusion", visto come contaminazione di generi musicali.
I primi dischi di questo grande artista (la sua carriera solista è iniziata nel 1977, dopo aver suonato in un sacco di altre situazioni) sono la parte assolutamente imperdibile della sua discografia: "Terra Mia", "Pino Daniele", "Nero a metà", "Vai mò" e "Bella 'mbriana" (a cui non si può non aggiungere il live "Sciò"), contengono tutti quei brani divenuti veri e propri classici: "Napule è", "Je so pazz'", "A me me piace 'o blues"... grande musica suonata da musicisti di prim'ordine (nel disco Bella 'Mbriana del 1982, oltre ai soliti Tullio De Piscopo alla batteria, Rino Zurzolo al basso e Tony Esposito alle percussioni, è presente un certo Wayne Shorter, sax di alcuni dischi di John Coltrane e Miles Davis...).
Una decina di anni fa regalai ad una ragazza americana (una persona per me importante) una copia di "Bella 'mbriana", lei mi chiese perché glielo avessi regalato, dato che non capiva l'italiano, le risposi che la maggior parte degli italiani ci capiva pochissimo in quel disco... e le dissi di ascoltarlo e basta! L'importante è sentire quello che la musica ti trasmette, proprio questo è il punto con Pino Daniele. Il mio consiglio è di prendere la sua voce come uno strumento, come quando si ascolta uno scat in ambito Jazzistico. Aggiungo che, anche se poco comprensibili per i non partenopei, alcuni testi di questo artista sono tutt'altro che trascurabili.
Eccovi "Viento 'e terra", un pezzo dell'epoca d'oro, con un Pino vestito da Masaniello circondato dalla band storica.
Comincio col dire che di Pino Daniele io sono un grande appassionato, soprattutto della prima produzione. Lui è stato uno dei pochi musicisti italiani ad aver reso concreto il concetto di "fusion", visto come contaminazione di generi musicali.
I primi dischi di questo grande artista (la sua carriera solista è iniziata nel 1977, dopo aver suonato in un sacco di altre situazioni) sono la parte assolutamente imperdibile della sua discografia: "Terra Mia", "Pino Daniele", "Nero a metà", "Vai mò" e "Bella 'mbriana" (a cui non si può non aggiungere il live "Sciò"), contengono tutti quei brani divenuti veri e propri classici: "Napule è", "Je so pazz'", "A me me piace 'o blues"... grande musica suonata da musicisti di prim'ordine (nel disco Bella 'Mbriana del 1982, oltre ai soliti Tullio De Piscopo alla batteria, Rino Zurzolo al basso e Tony Esposito alle percussioni, è presente un certo Wayne Shorter, sax di alcuni dischi di John Coltrane e Miles Davis...).
Una decina di anni fa regalai ad una ragazza americana (una persona per me importante) una copia di "Bella 'mbriana", lei mi chiese perché glielo avessi regalato, dato che non capiva l'italiano, le risposi che la maggior parte degli italiani ci capiva pochissimo in quel disco... e le dissi di ascoltarlo e basta! L'importante è sentire quello che la musica ti trasmette, proprio questo è il punto con Pino Daniele. Il mio consiglio è di prendere la sua voce come uno strumento, come quando si ascolta uno scat in ambito Jazzistico. Aggiungo che, anche se poco comprensibili per i non partenopei, alcuni testi di questo artista sono tutt'altro che trascurabili.
Eccovi "Viento 'e terra", un pezzo dell'epoca d'oro, con un Pino vestito da Masaniello circondato dalla band storica.
domenica 5 ottobre 2008
Chiaro, breve e conciso: il riff
Il rock, quello "tosto", è caratterizzato dalla presenza dei riff. Non bisogna essere dei tecnici o dei musicofili incalliti per riconoscerlo un riff, che di solito è una frase musicale caratteristica, riconoscibile, breve (nel rock suonata dalla chitarra!). I Deep Purple, i Rolling Stones, i Led Zeppelin, gli AC/DC, i Black Sabbath (ma anche i Beatles di cose come "Day tripper", "I feel fine" o "Helter skelter") sono esempi di gruppi che hanno portato al successo canzoni molto caratterizzate dai riff.
Quante volte abbiamo una canzone pop/rock in testa e non ne ricordiamo il titolo? Cosa facciamo in questi frangenti? chiediamo a qualcuno se ricorda quel pezzo che fa... (e lo canticchiamo). Cosa canticchiamo? se è un pezzo rock tendiamo ad imitare il riff, proprio perché è la parte più caratteristica e riconoscibile, se invece intoniamo una musica, un ritornello, una melodia vuol dire che è una canzone "non rock".
Il riff è spesso più ricordato del titolo e dell'interprete di alcuni brani ("Smoke on the water" dei Deep Purple è tra le canzoni più conosciute al mondo, essenzialmente per il suo riff).
Un riff è una cosa ruvida, selvaggia, un "aforisma" musicale che difficilmente si dimentica, una zampata sonora, un'orma ritmica che rimane impressa nella mente di chi la ascolta. Se il rock è istinto, libertà, voglia di esprimersi fuori dalle righe, beh il riff è il tatuaggio che molti brani rock ti sbattono in faccia senza tanti complimenti.
Siccome l'ascolto, in questi casi, conta più di 100 pagine scritte, eccovi una piccola storia del riff suonata da Steve Morse (attuale chitarrista dei Deep Purple, uno dei più grandi su questo pianeta con la sei corde), che in questo live si diverte a suonare alcuni riff di brani che sono autentici classici (dei Kinks, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, etc.). Ovviamente il tutto è un'introduzione per la canzone con il riff più riff di tutti... buona visione!
Quante volte abbiamo una canzone pop/rock in testa e non ne ricordiamo il titolo? Cosa facciamo in questi frangenti? chiediamo a qualcuno se ricorda quel pezzo che fa... (e lo canticchiamo). Cosa canticchiamo? se è un pezzo rock tendiamo ad imitare il riff, proprio perché è la parte più caratteristica e riconoscibile, se invece intoniamo una musica, un ritornello, una melodia vuol dire che è una canzone "non rock".
Il riff è spesso più ricordato del titolo e dell'interprete di alcuni brani ("Smoke on the water" dei Deep Purple è tra le canzoni più conosciute al mondo, essenzialmente per il suo riff).
Un riff è una cosa ruvida, selvaggia, un "aforisma" musicale che difficilmente si dimentica, una zampata sonora, un'orma ritmica che rimane impressa nella mente di chi la ascolta. Se il rock è istinto, libertà, voglia di esprimersi fuori dalle righe, beh il riff è il tatuaggio che molti brani rock ti sbattono in faccia senza tanti complimenti.
Siccome l'ascolto, in questi casi, conta più di 100 pagine scritte, eccovi una piccola storia del riff suonata da Steve Morse (attuale chitarrista dei Deep Purple, uno dei più grandi su questo pianeta con la sei corde), che in questo live si diverte a suonare alcuni riff di brani che sono autentici classici (dei Kinks, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, etc.). Ovviamente il tutto è un'introduzione per la canzone con il riff più riff di tutti... buona visione!
lunedì 29 settembre 2008
Oggi, 29 settembre... Lucio Battisti (dal 1969 al 1980)
Poco tempo fa, facendo una pausa caffè/musicale col mio amico Maurizio (cantautore schietto e sincero, lo trovate qui), si parlava di come gli artisti si evolvono, cambiano, hanno il coraggio (gli artisti veri) di non copiare se stessi ma di andare avanti. A un certo punto ci è "ritornato in mente" un certo Lucio Battisti...
Lucio Battisti, uno che il suo personalissimo percorso musicale l'ha fatto integrando un sacco di cose. Nella sua musica ci ho sempre trovato tutto: dalla canzone d'autore alla fusion, dal pop rock più raffinato al folk "di campagna", dalla psichedelia, al funk, al rock, alla dance, alla musica latina (forse ho le allucinazioni musicali come i casi clinici del libro "Musicofilia" di O. Sacks?!).
Lui era uno che la musica ce l'aveva dentro, e ha avuto la forza di farla uscir fuori in mille modi e momenti diversi, disco dopo disco, suonando una chitarra acustica o incidendo dischi in America piuttosto che in Inghilterra.
E' del Battisti fino al 1980 che ritengo sia importante parlare, di un artista che dal suo esordio "Lucio Battisti" (1969), percorre le tante storie scritte dal grande Giulio Rapetti (meglio conosciuto come Mogol), con la sua voce e il suo genio musicale, fino ad arrivare a "Una giornata uggiosa" (1980).
A chi non conosce Battisti (non ho idea di chi possa essere), consiglierei proprio l'ascolto di questi due dischi, il punto d'inizio (dove c'è il brano che mi ha fatto pubblicare oggi questo post...) e quello di arrivo di questo percorso.
Quali sono gli ingredienti della sua musica? Una voce unica (nel bene e nel male), armonie coraggiose, la parte musicale sempre innovativa e testi semplici ma profondi, sicuramente diversi da quelli dei successi attuali, che toccano i nostri cuori con perle come "tu che sei il mio grande amore ed il mio amore grande" ("il bambino non si impegna" si direbbe ai genitori di un alunno svogliato...).
Un disco di Battisti che mi sento di consigliare a tutti è proprio quello di chiusura del sodalizio Battisti-Mogol, il già citato "Una giornata uggiosa", che secondo me a livello musicale è uno dei punti più alti della produzione di questo grande artista.
Un disco musicalmente "anglosassone" (si sentono gli echi dei viaggi di Lucio negli Usa e UK ), inciso in Inghilterra, prodotto da un inglese (come il disco precedente "Una donna per amico"), con la partecipazione di grandissimi musicisti britannici, tra i quali Phil Palmer alle chitarre (musicista che vanta collaborazioni con personaggi del calibro di Dire Straits, Eric Clapton e molti altri).
Questa è "Gelosa cara", ovviamente da "Una giornata uggiosa", un pezzo in pieno stile Battisti con un arrangiamento che io trovo essenziale quanto innovativo. Buon 29 settembre a tutti.
Lucio Battisti, uno che il suo personalissimo percorso musicale l'ha fatto integrando un sacco di cose. Nella sua musica ci ho sempre trovato tutto: dalla canzone d'autore alla fusion, dal pop rock più raffinato al folk "di campagna", dalla psichedelia, al funk, al rock, alla dance, alla musica latina (forse ho le allucinazioni musicali come i casi clinici del libro "Musicofilia" di O. Sacks?!).
Lui era uno che la musica ce l'aveva dentro, e ha avuto la forza di farla uscir fuori in mille modi e momenti diversi, disco dopo disco, suonando una chitarra acustica o incidendo dischi in America piuttosto che in Inghilterra.
E' del Battisti fino al 1980 che ritengo sia importante parlare, di un artista che dal suo esordio "Lucio Battisti" (1969), percorre le tante storie scritte dal grande Giulio Rapetti (meglio conosciuto come Mogol), con la sua voce e il suo genio musicale, fino ad arrivare a "Una giornata uggiosa" (1980).
A chi non conosce Battisti (non ho idea di chi possa essere), consiglierei proprio l'ascolto di questi due dischi, il punto d'inizio (dove c'è il brano che mi ha fatto pubblicare oggi questo post...) e quello di arrivo di questo percorso.
Quali sono gli ingredienti della sua musica? Una voce unica (nel bene e nel male), armonie coraggiose, la parte musicale sempre innovativa e testi semplici ma profondi, sicuramente diversi da quelli dei successi attuali, che toccano i nostri cuori con perle come "tu che sei il mio grande amore ed il mio amore grande" ("il bambino non si impegna" si direbbe ai genitori di un alunno svogliato...).
Un disco di Battisti che mi sento di consigliare a tutti è proprio quello di chiusura del sodalizio Battisti-Mogol, il già citato "Una giornata uggiosa", che secondo me a livello musicale è uno dei punti più alti della produzione di questo grande artista.
Un disco musicalmente "anglosassone" (si sentono gli echi dei viaggi di Lucio negli Usa e UK ), inciso in Inghilterra, prodotto da un inglese (come il disco precedente "Una donna per amico"), con la partecipazione di grandissimi musicisti britannici, tra i quali Phil Palmer alle chitarre (musicista che vanta collaborazioni con personaggi del calibro di Dire Straits, Eric Clapton e molti altri).
Questa è "Gelosa cara", ovviamente da "Una giornata uggiosa", un pezzo in pieno stile Battisti con un arrangiamento che io trovo essenziale quanto innovativo. Buon 29 settembre a tutti.
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